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UNA VOLTA “GLI INVINCIBILI”. QUANDO IL GRANDE TORINO A SUPERGA. Nella sciagura perirono 31 persone. Un grido all’unisono si levo nel cielo: “E’ morto il Toro”. di Ennio Porceddu

UNA VOLTA “GLI INVINCIBILI”. QUANDO IL GRANDE TORINO A SUPERGA.

Nella sciagura perirono 31 persone. Un grido all’unisono si levo nel cielo: “E’ morto il Toro”.

di Ennio Porceddu


Quando arrivò la notizia, ancora frammentaria tutte le redazioni dei giornali si strinse in un coro di sbigottimento. Tutti erano increduli che una grande squadra, sopranominata “Gli invincibili” fosse scomparsa. Alcuni gridarono sgomenti ” E’ morto il toro”. “E’ morto il Torino”. Altri si chiedevano: “Com’è successo?” Poi, arrivarono le conferme. Alle 17.05 lo schianto a Superga dell’aereo un trimotore I-ELCE (un G.212 della Fiat) con bordo 31 persone – 4 uomini dell’ equipaggio, 18 giocatori del Torino, 3 giornalisti, 2 dirigenti, 2 tecnici, il massaggiatore e il capocomitiva – si era schiantato sulla collina di Superga, non lontano dalla Basilica, prendendo fuoco. Nessun era sopravvissuto al terribile impatto.
Allora l’Italia si mise in lutto L’ ultima partita in Portogallo La sciagura che, in quell’uggioso e nebbioso pomeriggio del 4 maggio1949, si abbatté su un’Italia ancora contadina, pre-industriale, soprattutto tesa a ritrovare la forza di rialzarsi dopo i disastri della guerra.
L’aereo stava riportando a casa la squadra da Lisbona, dove aveva disputato un incontro amichevole con il Benfica, organizzata per aiutare, con l’incasso, il capitano della squadra lusitana Francisco Ferreira, in difficoltà economiche. Il Torino, era reduce da cinque scudetti consecutivi dalla stagione 1942-1943 alla stagione 1948-1949, e che costituiva la quasi totalità della Nazionale italiana.


Nella sciagura perirono anche i dirigenti della squadra e gli accompagnatori, l’equipaggio e tre noti giornalisti sportivi italiani: Renato Casalbore (fondatore di Tuttosport); Renato Tosatti (della Gazzetta del Popolo, padre di Giorgio Tosatti) e Luigi Cavallero (La Stampa). Il compito di identificare le salme fu affidato all’ex commissario tecnico della Nazionale Vittorio Pozzo, che aveva trapiantato quasi tutto il Torino in Nazionale.
Il trimotore Fiat G.212, con marche I-ELCE, delle Avio Linee Italiane, decollò dall’aeroporto di Lisbona alle 9:40 di mercoledì 4 maggio 1949. Comandante del velivolo era il tenente colonnello Meroni. Il volo atterrò alle 13:00 all’aeroporto di Barcellona.
Alle 14:50, finita la partita, l’I-ELCE prese il volo con destinazione l’aeroporto di Torino-Aeritalia. La rotta seguita: Cap de Creus, Tolone, Nizza, Albenga, Savona. Quando l’aereo arrivò all’altezza di Savona, virò verso nord, in direzione del capoluogo subalpino, dove si prevedeva di arrivare in una trentina di minuti. Il tempo su Torino era pessimo. Alle 16:55 l’aeroporto di Aeritalia comunicò ai piloti la situazione meteo: nubi quasi a contatto col suolo, rovesci di pioggia, forte libeccio con raffiche, visibilità orizzontale scarsissima (40 metri).
La torre chiese anche un riporto di posizione. Dopo qualche minuto di silenzio alle 16:59 arrivò la risposta: “Quota 2.000 metri. QDM su Pino, poi tagliamo su Superga”. A Pino Torinese, che si trova tra Chieri e Baldissero Torinese, a sud est di Torino, c’è una stazione radio VDF (VHF direction finder), per fornire un QDM (Rotta magnetica da assumere per dirigersi in avvicinamento a una radioassistenza) su richiesta.
Giunti sulla perpendicolare di Pino Torinese, mettendo 290 gradi di prua ci si trova allineati con la pista dell’Aeritalia, a circa nove chilometri di distanza, a 305 metri di altitudine. Poco più a nord di Pino Torinese c’è il colle di Superga con l’omonima basilica, in posizione dominante a 669 metri di altitudine. Si ipotizzò che – a causa del forte vento al traverso sinistro – l’aereo nel corso della virata potesse aver subìto una deriva verso dritta, che lo spostò dall’asse di discesa e lo allineò, invece che con la pista, con la collina di Superga; a seguito di approfondite indagini emerse la possibilità che l’altimetro si fosse bloccato sui 2000 metri e quindi indusse i piloti a credere di essere a tale quota, mentre erano a soli 600 metri dal suolo.
Alle ore 17:03 l’aereo con il Grande Torino a bordo, eseguita la virata verso sinistra, messo in volo orizzontale e allineato per prepararsi all’atterraggio, si andò invece a schiantare contro il terrapieno posteriore della basilica di Superga. Il pilota, che credeva di avere la collina di Superga alla sua destra, se lo vede invece sbucare davanti all’improvviso (velocità 180 km/h, visibilità 40 metri) e non ebbe il tempo per fare nulla. L’unica parte del velivolo che rimase parzialmente intatta era l’impennaggio.
Alle 17:05 Aeritalia Torre chiamò I-ELCE, non ottenendo alcuna risposta. Tutte le trentuno persone a bordo perirono.
Le vittime
Giocatori
Valerio Bacigalupo (25, portiere), Aldo Ballarin (27, difensore), Dino Ballarin (23, portiere), Émile Bongiorni (28, attaccante), Eusebio Castigliano (28, mediano, Rubens Fadini (21, centrocampista), Guglielmo Gabetto (33, attaccante), Ruggero Grava (27, centravanti Giuseppe Grezar (30, mediano), Ezio Loik (29, mezzala destra), Virgilio Maroso (23, terzino sinistro), Danilo Martelli (25, mediano e mezzala), Valentino Mazzola (30, attaccante e centrocampista), Romeo Menti (29, attaccante), Piero Operto (22, difensoreFranco Ossola (27, attaccante), Mario Rigamonti (26, difensore, Julius Schubert (26, mezzala).
Dirigenti :Arnaldo Agnisetta, Ippolito Civalleri, Andrea Bonaiuti (organizzatore delle trasferte della squadra granata)
Allenatori: Egri Erbstein (50), Leslie Lievesley (37), Osvaldo Cortina, massaggiatore)
Giornalisti: Renato Casalbore (58), Renato Tosatti (40), Luigi Cavallero (42)
Equipaggio: Pierluigi Meroni, Celeste D’Inca, Cesare Biancardi, Antonio Pangrazi.

LA LEGGENDA DEL PONTE DEL DIAVOLO TRA LE VALLI DI LANZO di Ennio Porceddu

 

LA LEGGENDA DEL PONTE DEL DIAVOLO 

NELLE VALLI DI LANZO

di Ennio Porceddu

(copyright ennio porceddu agosto 2017)

In una giornata magnificata dal sole, io e alcuni della mia famiglia, siamo andati nelle Valli di Lanzo a diversi km. da Torino, nelle prealpi e, su indicazione di una persona del posto, si siamo inoltrati dove si unisce il monte Basso e il monte Buriasco, in una stretta gola con le pareti a precipizio, scavate nei tempi preistorici dalla Suta, che formava un ampio lago nella piana di Germagnano.
Appena arrivati sul posto, dove pensavamo di essere gli unici turisti, ci siamo meravigliati nel vedere tanta gente, e non, in costume da bagno che prendevano il sole, o si bagnavano nelle acque del lago. La prima impressione è stata quella di trovarci in una delle meravigliose spiagge della Sardegna, tra Cala Luna e Baunei. Così, abbiamo potuto ammirare, tra il monte Basso e il monte Buriasco, il ponte di eccezionale valore architettonico e storico, di circa 37 metri di gittata, motivo ancora oggi di ammirazione e di studio è costituito da un solo arco gotico, lungo m. 65, largo m. 2,27 e alto m. 15, ha una gittata di circa m. 37 a schiena di asino.
Su questo ponte detto del “diavolo” c’è tutta una storia che si tramanda da secoli: Il 1° giugno 1378 la credenza di Lanzo radunata nella chiesa di S. Onofrio in piazza San Pietro e presieduta dall’allora Aresmino Provana delibeva la costruzione di questo ponte,imponendo per dieci anni un dazio sul vino. La storia ricorda che la spesa per edificare questo collegamento fu di 1400 fiorini. Una spesa non indifferente per quei tempi.

Il ponte del Diavolo. La leggenda
La fantasia popolare si sbizzarì a creare leggende intorno all’ardita costruzione , tanto da attribuirla al diavolo; fra i tanti ricordiamo Angelo Brofferio, Giovanni Prati e Nino Costa . C’è chi scorge , al capo del ponte presso la cappella di S. Rocco, l’impronta lasciata dallo zoccolo del maligno che, terminata l’opera l’avrebbe valicata con un solo grande passo.
Il nome del ponte deriva dalla leggenda secondo la quale fu il diavolo in persona a costruire il ponte dopo che per ben due volte ne era stato edificato uno, sempre crollata. In cambio il diavolo avrebbe preso con sé l’anima del primo a transitare sul ponte, gli abitanti del borgo di Lanzo, anziché l’anima pattuita, gli fecero trovare nel sacco , chi dice un povero cane, chi una forma di toma. Si dice che il diavolo , adirandosi , avrebbe sbattuto violentemente le sue zampe caprine sulle rocce circostanti formando le caratteristiche “Marmitte dei Giganti”. Il ponte ebbe comunque grande importanza nella storia di Lanzo e delle Valli.
Il 15 luglio 1564, essendovi grande timore di contagio, il Consiglio di Credenza della castellania dispose che fosse costruita, sulla sommità dell’arco, una porta per chiudere il ponte di Roce, nel contempo si posero guardie lungo i confini del territorio. Il 7 settembre dello stesso anno si vietò l’accesso nelle valli a chicchessia, salvo che presentasse “la bolletta del luogo di provenienza,contrassegnata dal sigillo di Lanzo”.

LA GRANDE FESTA DI S. IGNAZIO di Ennio Porceddu

LA FESTA S. IGNAZIO 2017 A LACONI
DI ENNIO PORCEDDU
Sono migliaia i pellegrini attesi a Laconi, in provincia di Oristano, per i “Festeggiamenti dedicati a Fra Ignazio“, che si svolge in questi giorno fino al 31 agosto 2017. Amatissimo in Sardegna, Fra Ignazio da Laconi apparteneva all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e visse per 40 anni da questuante a Cagliari in assoluta povertà. Fra Ignazio è stato proclamato Santo da Pio XII il 21 ottobre 1951. Tanti gli eventi in calendario, sia religiosi che civili. Vediamo questi ultimi oltre alla grande processione di mercoledì 31 agosto 2017.

Sant’Ignazio è il Santo sardo più venerato dell’Isola e i festeggiamenti in suo onore si tengono nel mese di agosto richiamando a Laconi oltre 70.000 visitatori. Per circa una settimana giungono in paese pellegrini da ogni parte della Sardegna e anche dall’estero, per pregare nella casa natale del Santo, chiedere o ringraziare per la Sua intercessione, e per recarsi nella chiesa parrocchiale a Lui dedicata. Oltre ai riti religiosi che si susseguono senza soluzione di continuità per circa una settimana, l’amministrazione organizza varie manifestazioni di intrattenimento, con serate musicali, avendo cura di non trascurare gli aspetti legati alle tradizione sarde e quanto altro caratterizzi la cultura Etno-Musicale della Sardegna. E’ importante sottolineare che questa festa è un volano per l’economia laconese in quanto costituisce una vetrina per le peculiarità turistiche del paese; infatti i visitatori consumano i prodotti locali, si intrattengono presso il Parco Aymerich e visitano l’ormai noto Museo delle statue Menhir. Il 30 agosto, si tiene la processione con le reliquie del Santo, provenienti dalla chiesa di Sant’Ignazio a Cagliari, a cui partecipano migliaia di fedeli, preceduti da cavalieri in costume e da numerosi gruppi folcloristici e confraternite di varie località dell’Isola. La notte è riservata alle iniziative culturali e ricreative: cantanti, cantautori, gruppi musicali, teatro, serate di folclore sardo, nazionale ed internazionale. In tante parti del paese vengono allestite mostre di pittura, scultura e fotografia, una mostra mercato dei prodotti agroalimentari ed artigianali del territorio e altre iniziative di promozione turistica, con visite guidate verso i siti archeologici più importanti.

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE INPS BOERIO DI LORELLA PRESOTTO

Lettera aperta a Boeri: dire che i migranti ci pagano le pensioni è un insulto all’Italia

di Lorella Presotto
Egregio signor Tito Boeri
leggo la sua dichiarazione ai giornali italiani con disappunto.
L’Italia era un paese sovrano, ricco, e con una grande manifattura, spina dorsale della nostra economia.
Poi sono arrivati i trattati europei e con essi, l’atteggiamento lassista e irresponsabile dei governi degli ultimi venticinque anni.
Tutte le proprietà del demanio sono state svendute ai nemici della patria italiana, a coloro che hanno tutto l’interesse che l’Italia muoia.
Un amico, mi ha appena scritto “è dai tempi di Metternich che i governi europei guardano alla penisola italiana come ad un territorio da fruire e godere liberamente senza l’intralcio di un governo e di un popolo che su di esso accampino diritti di sovranità“.
Come può un popolo a cui è stato sottratto il diritto al lavoro e quindi il futuro mettere al mondo figli? Quale atto di irresponsabilità voi chiedereste agli italiani? Quello di mettere al mondo creature innocenti e poi affamarle?
L’Italia non ha mai avuto bisogno di nessuno, s’è sempre rialzata da sola ; ha combattuto e vinto tutti i suoi nemici con onore… ma i traditori, le serpi in seno, quelle no, quelle non si possono combattere… talmente vili da nascondersi tra le pieghe del tessuto sociale, che attaccano a tradimento , nell’ombra.
Egregio signor Boeri, non credo che lei sappia cosa significhi aver il problema di mettere insieme pranzo e cena per sè e i propri figli; non credo che lei sappia cosa significa per una madre crescere un figlio , vederlo laurearsi a pieni voti , e poi vederlo partire per un altro paese pieno di speranze , perchè qui la speranza sta morendo.
No, non credo che lei sappia quanto offensiva sia la portata delle sue dichiarazioni: “i migranti dovrebbero pagarci le pensioni” …
Le pensioni gli italiani se le sono già ampiamente pagate, col sangue e il sudore; e non solo quelle.
Gli italiani mantengono anche voi, che, in vita vostra, mai avete imparato cosa significhi “sudare e guadagnare”.
Voi che avete trovato tutto pronto , costruito sul sangue di coloro che son venuti prima. Voi che non sapete cosa sia “fare la differenza” .
Voi inutili e dannosi burocrati .
a 22:33
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SARDEGNA: PRESENZA DELLE TRADIZIONI POPOLARI di Ennio Porceddu

SARDEGNA: PRESENZA DELLE TRADIZIONI POPOLARI

di Ennio Porceddu

“Sardegna quasi un continente”, scrive Marcello Serra, nel suo libro di maggiore successo. Sardegna è un’isola prigioniera del Mediterraneo, ma contenta di esistere. Un’isola con bellissime coste, insenature, spiagge e un mare cristallino con eccezionali fondali e anfratti in una ambientazione unica. I monti e le foreste, la flora e la fauna, nonostante l’ignobile azione vandalica degli incendiari che ogni anno distruggono centinaia d’ettari di bosco, conservano, in esemplari unici, mufloni, cavallini di bassa statura (tipi della giara di Gestori), l’avvoltoio, i fenicotteri, e tante altre specie d’uccelli che si possono osservare nello stagno di Molentargiu. Dal punto di vista sociale – culturale – storico – folclorico, insieme con quello propriamente gastronomico, le tradizioni popolari dell’isola hanno origini molto profonde che si perdono nella notte dei tempi.
In Sardegna si sente maggiormente questa presenza ed ha sempre tentato di sostenerla con il diritto della continuità territoriale (sempre negata da Roma) con le altre regioni italiane.
Nonostante tutto, l’isola vive il massimo del suo splendore con le feste e le tradizioni popolari che la rendono unica al mondo.
Ogni anno, nell’isola, si svolgono centinaia di festeggiamenti in onore dei santi e vedono la partecipazione di un popolo sempre più numeroso e attento con i caratteristici costumi sardi dei paesi di provenienza.
Ogni paese dell’isola si differenzia per l’abbigliamento e la foggia, fatta eccezione per alcuni che sono analoghi sia nei colori, sia nei disegni.
Le feste sarde sono sempre religiose o pagane, in onore di santi o pseudo protettori (San Costantino, come santo non è mai esistito per la Chiesa di Roma), che richiamano migliaia di fedeli e turisti.
Con le tradizioni popolari, il turista ha scoperto i mammuthones di Mamoiada, i boes di Ottana e tante altre maschere, che si crede, appartengono solo alla Sardegna, ma che invece, ritroviamo simili in qualche paese europeo (esempio, in Germania), o addirittura in Italia, nel bellunese.
Anticamente fra le feste più importanti, predominavano quelle religiose: dell’Immacolata Concezione, della Beata Vergine Maria, della Madonna delle Grazie, del Rosario, di Santa Croce, di San Luigi, di Nostra Signora di Bonaria, di Sant’Efisio (patrono della Sardegna), ecc.
A Tergu, in provincia di Sassari si festeggiava Sant’Antonio (prediletto dai giovani), San Narcisio (degli agricoltori) San Sebastiano (dei pastori), San Vincenzo (dei pastori e degli agricoltori), SS. Trinità (dei negozianti e macellai),San Lussorio (protettore del centro Sardegna) e infine San Gavino (Portotorres ha dedicato a questo santo la propria Basilica romanica, la più imponente dell’isola, costruita intorno al XII secolo.
Altri martiri turritani sono: Proto e Gianuario.
In bambagia troviamo, molto venerato, San Francesco, Lula, (immortalato dal poeta Sebastiano Satta come “il santo dei banditi”).
A Laconi si festeggia Sant’Ignazio, il taumaturgo amato da tutti i sardi.
Le solennità, generalmente, precedono sempre la veglia (bidazolzu), che si esplicano col protrarsi della notte, in continui divertimenti nel pressi del tempio cristiano (Canti e balli, corse o palio: l’Ardia di Sedilo, La Sartiglia di Oristano, ecc.): Nei paesi barbaricini, da qualche anno si propone. “Autunno in Barbagia”.
Nel mese di ottobre i paesi barbaricini promuovono: “Autunno in Barbagia”. Belvì offre le castagne arrosto a tutti i turisti presenti.

LA SAGRA S. EFISIO 2017 di Ennio Porceddu

LA SAGRA DI S. EFISIO 2017

di Ennio Porceddu

Sono passati 361 anni da quando la municipalità cagliaritana ha invocato il martire più famoso della Sardegna perché intercedesse concretamente per salvare la città di Cagliari e il popolo sardo da quello che sembrava una maledizione, uno stato d’assedio. Poi finalmente nel 1656 la peste fu debellata. Non furono solo le preghiere ma anche le lacrime che la popolazione versò per i tanti morti che la terribile malattia che nel giro di poco tempo aveva mietuto, finalmente Cagliari riebbe la sua luce. Il vento impetuoso che la travolse, si diradò e torno il sereno.

Questo ci spiega quanto era diffusa la devozione per Sant’Efisio. Una venerazione che non è mai cessata, anzi, è aumentata con l’afflizione della peste, per poi estendersi in tutta la Sardegna. Cagliari ha sempre avuto ottimi vincoli con Sant’Efisio. La devozione a S. Efisio arriva da molto lontano. Già nel 1548, la municipalità, riconoscendosi debitrice verso il Santo, istituì una rendita per le celebrazioni di Messe nella chiesa del Santo sita nel rione Stampace Dal 1656 Cagliari avvia una processione che l’1 maggio lo porta, con sfarzo e gioia per le strade della città fino alla chiesetta di Nora, sita nella cittadina di Pula, a due passi dal mare, dove si dice che Sant’Efisio ebbe il suo martirio.
Nella processione di quest’anno sfileranno i costumi tradizionali di 120 comuni con ottantanove associazioni di devoti. Corteo a piedi, ma anche sfilata di traccas, i tipici e colorati carri trainati dai buoi. Più gli uomini a cavallo, 255, con 56 miliziani di scorta al cocchio del santo.
Il1 maggio con il passaggio del cocchio e la statua del martire guerriero protettore dell’Isola tra le migliaia di persone che invaderanno il centro storico. Ci sarà il saluto dell’alter Nos, il rappresentante del Comune (quest’anno il consigliere Fabrizio Marcello) alla ramadura con i petali che riempiranno di colori la strada percorsa dal santo. Sino al momento più emozionante, quando le sirene delle navi intoneranno a festa.
Comunque per saperne di più conviene comperare il libro “San’Efisio” di Ennio Porceddu e Augusto Maccioni, pubblicato dalla “Ilmiolibro .it”

LA DOMENICA DELLE PALME E LA SETTIMANA SANTA A CAGLIARI di Ennio Porceddu

LA DOMENICA DELLE PALME E LA SETTIMANA SANTA A CAGLIARI 

Ennio Porceddu

(08/04/2017) La Domenica delle Palme, è l’inizio della Settimana Santa che precede il giorno di Pasqua, e di domenica 16 aprile ed è anche l’ingresso di Gesù a Gerusalemme accolto da una folla festante che agitava i rami di palme e ramoscelli di olivo benedetti in segno di pace e prosperità. E’ il giorno della passione di Gesù, la stessa folla che davanti a Pilato ha preferito salvare Barabba e crocifiggere il Signore. Gli episodi dell’ingresso del Salvatore sono raccontati nei Vangeli di Giovanni, Matteo e Marco. Secondo Matteo e Marco il Messia sarebbe arrivato a Gerusalemme in groppa a un’asina.

La Domenica delle Palme da il via alla Settimana Santa che ci accompagna fina a Pasqua (Triduo pasquale) che culmina il Giovedì e il Venerdì Santo, quando in tutto il mondo cattolico ci sarà la Via Crucis.
A Cagliari, la Domenica delle Palme è celebrata nel convento dei cappuccini in Viale Fra Ignazio con la Santa Messa e la benedizione delle Palme, e nel quartiere di Villanova da due confraternite: quella del Santissimo Crocefisso della chiesa di San Giacomo e quella della Solitudine della chiesa di San Giovanni, e dall’Arciconfraternita di Stampace. Nella chiesa di San Giovanni, la priora, aiutata dalle consorelle, rimuove il lenzuolo dal Cristo, con un lungo e rigoroso rituale. Dopo, le donne si aggrappano alla statua per tutta la processione, con lo scopo di assolvere un voto. La processione ha inizio alle ore 13,00 con le consorelle della confraternita che, per l’occasione, indossano delle lunghe vesti nere in segno di lutto, le spalle sono avvolte da uno scialle, il volto è coperto da un velo e procedono lentamente verso la Cattedrale. Tutta la processione è scandita dal rullo del tamburo che segna il passo, mentre un coro di voci ripete i misteri della Passione del Signore, durante tutte le soste indispensabili per il cambio dei portatori della Croce.

Arrivata in Cattedrale, la Croce è presa in consegna dal sacrestano che a sua volta la posa sul pavimento all’interno del duomo. Alle ore 16,00, dall’Oratorio della chiesa di San Giacomo, si avvia la processione della confraternita del Santissimo Crocefisso diretto verso la chiesa di San Lucifero, dove giunge, dopo le soste di rito, nella tarda serata. Il Venerdì Santo, alle 20,00 dalla chiesa di Sant’Efisio di Stampace, esce la processione con il coro de “is cantoris” che accompagnano il Cristo adagiato su una lettiga lungo le strade del quartiere. Il sabato mattina, le due Confraternite (della Solitudine e del Crocefisso), in Cattedrale e nella Chiesa di San Lucifero, al Cristo, tolgono i chiodi e la corona di spine (su scravamentu) prima di essere adagiato sulla lettiga. La domenica, nei quartieri di stampace (Corso Vittorio Emanuele), Marina (Via Roma) e Villanova (Via Garibaldi), si svolgono le processioni de “S’incontru” tra Gesù e la Madonna. Sono tre cerimonie di grande sentimento religioso ed emozionante, molto sentite e attese dai cittadini.

UNA PAGINA DI STORIA DELLA SARDEGNA: GLI AIMERICH E LA RIBELLIONE DEI VASSALLI DI VILLAMAR di Ennio Porceddu

GLI AIMERICH E LA RIBELLIONE DEI VASSALLI DI VILLAMAR
di Ennio Porceddu

Chi ha sempre creduto che il 1500 la Sardegna sia stata un’isola tranquilla e ordinata, divisioni e competenze riconosciute e rispettate, ha sbagliato di grosso. Ruberie, soprusi e sconfinamenti da parte dei proprietari terrieri (feudatarie) sono sempre stati all’ordine del giorno.
” La verità – scrive Marcello Lostia – è che niente e di definito esisteva, neppure Dio né il re, l’uno troppo spesso ignorato, il secondo contestato. Tutto era fluido e alla mercé di tutti”.
La Sardegna veniva fuori da due secoli di lotte e pestilenze, per cui era stata inevitabile la trasmutazione e lo sconquasso che faceva dell’isola, una volta, granaio molto amato da Giacomo II, ora assomigliava sempre più a una pianura incolta. Papa Eugenio IV, sulle condizioni dell’isola verso la metà del XV secolo, rivelava che ” la gente di quell’isola, afflitta da cento anni di vortici di guerra e da altre calamità, ha volto a reprobi sensi la salute sia corporale sia ecclesiastica, la fede cattolica e il culto divino declinano, furti, rapine, incendi, omicidi e altri flagelli mettono a repentaglio l’animo e il prestigio del sovrano, divenendo un detestabile esempio per i più”.


In questa Sardegna voglio inquadrare la famiglia Aimerich che, ai tempi delle crociate di Spagna, si crede giunti in Sardegna al seguito dei Carroz, che secondo gli storici, non risponda a verità, perché sarebbero giunti nell’isola nel XIV secolo, che da oltre settant’anni Don Salvatore, era feudatario di Villamar, un paese agricolo ai confini della Trexenta.
Il villaggio di Villamar in passato si chiamò Mara Arbarei o Mara Barbaraghesa, che significano entrambi “Mara del giudicato di Arborea” ed era circondato da vaste piane verdeggianti in primavera, bionde d’estate, e scure di terra grassa in autunno Nelle campagne primeggiavano i vigneti, le piante di fichi, da mandorli, da ulivi e abbondanza di grano che dava origine a un feudo molto appetibile.
Don Salvatore Aimerich, a Villamar aveva casa e servi e usava la sua autorità con severità e rigore. Egli era preposto a far rispettare le leggi e da attento amministratore della giustizia, e all’esenzione dei tributi per mezzo di un’intendente e un ufficiale di alto grado. Circa un migliaio di contadini lavoravano la campagna, versando al feudatario le rendite dovute. Il lavoro di queste persone era duro, principalmente, in mancanza dell’acqua necessaria per irrigare i campi. Nonostante tutto, quella terra tanto generosa riusciva a ripagare le fatiche.
I contrasti nacquero nel momento in cui Don Salvatore Aimerich pretendeva, perché dovuti, i diritti di viaggio e di Roadia, il diritto feudale che obbligava, a lavorare per conto del feudatario gratuitamente alla preparazione dei suoi terreni per il seminato o altro. Spesso la coltivazione gratuita consisteva nel coltivare vaste estensioni di terreni in uno o più Comuni, mentre di vassalli, con energia, rifiutavano.
Illusi di avere il pieno appoggio del Re Filippo II per la sua nuova politica fosse a favore dei poveri, aizzati da un certo Antioco Podda, nel 1562, gridarono ai quattro venti di non essere più obbligati a tale Roadia, incrociando le braccia davanti alle pretese del feudatario. Era una ribellione preoccupante anche per la momentanea assenza del Vicerè, che assieme a diversi presuli, si era imbarcato su due galee dirette in Spagna. Quell’assenza fu inadeguata per Don Salvatore Aimerich, perché gli veniva a mancare quell’appoggio che aveva sperato, questo incoraggiò gli abitanti di Villamar a farsi più minacciosi.
In assenza del Vicerè e di una nuova magistratura, la presidenza del regno passò a don Gerolamo d’Aragall, già governatore del Capo di Cagliari e di Gallura, ormai poco energico per la sua età avanzata. Don Salvatore, il 24 novembre 1562, si rivolse a lui per cercare di dipanare questa controversia a suo favore e il governatore emanò un decreto obbligando i vassalli di Villamar a corrispondere i diritti di Roadia al signore di Villamar. Solo 170 agricoltori  obbedirono temendo rappresaglie dei miliziani , sessanta, sempre spalleggiati da Antioco Podda, rifiutarono e si rivolsero a sei giudici per dirimere la vertenza.
Tale controversia andò per le lunghe, per circa un anno, senza ottenere un risultato. A quel punto don Salvatore inviò Giacomo, su figlio, per cercare un accordo con i giudici, ma in segno di sfacciataggine lo rincorsero, con cattive intenzioni, fino all’uscio di casa. Il clima era quindi, rovente, per cui don Giacomo dovette chiedere l’appoggio di quattro miliziani a Cavallo per la sua incolumità.
La ribellione dei vassalli, in un paese che aveva sempre contribuito al bene del feudo e a un sicuro rifugio del signore nei momenti di pericolo, si sgretolò. A contribuire al disfacimento del feudo, contribuirono anche la malattia e l’immobilità di don Salvatore.
Il 1563, fu un anno molto difficile per il feudo. Dopo un inverno mite e asciutto, con l’arrivo delle piogge torrenziali s’ingrossarono i torrenti che allagarono le campagne mettendo in difficoltà gli abitanti di tutto il Campidano e le fragili case di fango. In tal contesto, ci fu una moria di agnelli appena nati e la carestia dilagava.
Don Salvatore Aimerich, nella sua casa di Castello, con i suoi settant’anni, non poteva fare altro che ascoltare il vento che imperversava impetuoso tra le strade e avvertire un brivido di dolore dopo quella sconfitta subita a Villamar..

SI E’ SPENTO A MILANO CINO TORTORELLA IL MAGO DEI BAMBINI di Ennio Porceddu

SI E’ SPENTO A MILANO CINO TORTORELLA IL MAGO DEI BAMBINI.

Cino Tortorella
AVEVA QUASI 90 ANNI. NEL 1986 AVEVA PRESENTATO A QUARTU IN UNA TELEVISIONE PRIVATA IL PRIMO ARLECCHINO D’ORO CON GRANDE SUCCESSO.

di Ennio Porceddu

(23 marzo 2017) Si è spento a Milano Cino Tortorella, meglio conosciuto dai bambini come il Mago Zurlì. A giugno avrebbe compiuto 90 anni. Il suo volto è legato al festival dello Zecchino D’Oro e alla figura di Topo Gigio. Autore e regista , da molti anni si interessava anche di enogastronomia.
Cino Tortorella, all’anagrafe Felice Tortorella, Orfano di padre, deceduto prima della sua nascita, dopo aver abbandonato gli studi, si era iscritto alla scuola di arte drammatica del Piccolo Teatro di Milano, fondata da Strehler. Nel 1956, dalla messa in scena teatrale Zurlì, mago Lipperlì, fu tratta la sceneggiatura del suo primo programma televisivo Zurlì, mago del giovedì. Per la messa in onda di questo programma ha avuto una grande importanza l’intervento dello scrittore Umberto Eco. Un anno dopo Cino Tortorella nelle vesti del Mago Zurlì approda al festival Lo Zecchino d’oro. Trasmissione che è andata in onda per ben 51 edizioni, cioè fino al 2008.
Nel mese di febbraio del 1986 Cino Tortorella lo troviamo a Quartu S. Elena per presentare la prima edizione del festival dei bambini, teletrasmessa , in tre serate, dalla televisione locale Telesetar. Ad organizzare Efisio Lai con la collaborazione di Ennio Porceddu, che per l’ occasione aveva messo a disposizione venti canzonette provenienti dal Festival La Palma D’Oro di Cagliari degli anni 1975 – 1976.
Felice Tortorella è stato anche autore e regista di molti programmi televisivi: Chissà chi lo sa? Scacco al Re, Dirodorlando e Nuovi incontri (1962).
Con l’avvento delle televisioni private lo troviamo collaboratore di Telealtomilanese e poi con Antenna 3. Si è inoltre occupato di libri per bambini ed a collaborato con Il Corriere dei piccoli e Il Giornalino. Subito dopo a diretto il mensile Sapori d’Italia, senza tralasciare la collaborazione con il piccolo schermo.

LA SARTIGLIA 2017 di Ennio Porceddu

ORISTANO. La giostra equestre che non ha pari in Europa, si conferma un evento che richiama visitatori anche in bassa stagione.

LA SARTIGLIA 2017

Di Ennio Porceddu

Il fascino della Sartiglia conquista ben oltre i confini europei. Quest’anno ad applaudire componidori e cavalieri sono arrivate comitive da Giappone, Israele, Turchia dal Brasile, dalla Scozia e da varie regioni italiane (dalla Puglia a Milano, passando per Roma e Firenze).
La giostra equestre che non ha pari in Europa, si conferma un evento che richiama visitatori anche in bassa stagione.
Tutto è pronto. Da domenica 26 a martedì 28, febbraio, si svolge a Oristano una delle più importanti manifestazioni popolari dell’Isola: La Sartiglia, una giostra equestre di antiche origini.
La Fondazione ha messo punto l’organizzazione della manifestazione e degli spettacoli legati alla giostra. Il centro storico ospita un percorso turistico commerciale ed è proposto il Villaggio Sartiglia, mentre altri stand e bancarelle sono sistemati nelle altre piazze del centro. Torna anche Mediterranea: le esposizioni con prodotti dell’artigianato e dell’enogastronomia hanno trovato spazio in piazza Eleonora.
Come da tradizione il 2 febbraio si è celebrata la Candelora. A Oristano la ricorrenza coincide con il primo atto ufficiale della Sartiglia.
I presidenti dei Gremi dei Contadini e dei Falegnami, come si ricorderà, hanno consegnato i ceri benedetti ai Componidoris Sergio Ledda e Giuseppe Sedda che capeggeranno la giostra equestre più importante della Sardegna.
La Candelora da sempre rappresenta uno dei momenti più intensi della Sartiglia.
L’antico rito della Sartiglia ha assegnato ai presidenti dei Gremi (s’Oberaiu Majori del Gremio dei Contadini Gianni Obino e il Majorale en Cabo del Gremio dei Falegnami Mauro Licheri) il compito di ufficializzare la scelta dei rispettivi Componidoris proprio con la consegna, ai cavalieri prescelti, del cero benedetto (con i fiocchi rossi quello dei contadini e rosa e celesti per quello dei falegnami).
La Sartiglia è un grande spettacolo di colori, simboli e metafore, dove tra il sacro e il profano, si mescolano culture, bravura e valori.
L’espressione principe di un popolo: di quella borghesia sociale e culturale che prende il nome di Gremio.
Secondo la credenza popolare, la Sartiglia sarebbe un rito agrario da cui si trarrebbero auspici per il nuovo raccolto: una ricorrenza della tradizione del popolo sardo che trae origini dalla fusione di cerimoniali stagionali legati all’agricoltura con elementi cavallereschi sostenuti dalla storia del costume della città Oristanese.
La Sartiglia o Sartilla non è altro che “il gioco dell’anello” o “il gioco della Quintana” è un torneo cavalleresco che si svolge la domenica e il martedì a chiusura del carnevale.
Il torneo, in voga anche in Europa nel 1200, sempre secondo alcuni storici, avrebbe avuto inizio nel 1500, grazie al Canonico Giovanni Dessì, per “dare al popolo un sano divertimento, sottraendolo dalle bettole e dal peccato”. Perché, il torneo, si conservasse nel tempo, lo stesso Canonico, avrebbe donato al Gremio San Giovanni, l’associazione che era preposta all’organizzazione della manifestazione, un terreno chiamato poi “su cungiau de sa Sartiglia”.
La domenica i cavalieri corrono sotto la protezione di San Giovanni Battista, mentre il martedì sotto la protezione di San Giuseppe (Gremio dei falegnami che organizzano l’evento).Da quel momento, ogni anno, il rituale si ripete. In tutte le contrade, l’Araldo (il banditore) legge il bando del primo cittadino della città che invita tutta la popolazione oristanese e tutte le Curatorie della Sardegna a partecipare alla Sartiglia.
Per l’occasione, il capo corsa riceve un cero benedetto e viene invitato a pranzo dal presidente del Gremio (su Majorali). Il pomeriggio in cui si svolge il torneo, il Componidori è accompagnato da su Majorali, nella sala della vestizione. La vestizione è un’affascinante cerimonia, dove l’opera delle ragazze in costume sardo (is Masaieddas) sotto la guida dell’esperta Massaia Manna. E’ fondamentale. Il momento della vestizione che vede il Componidori sopra un tavolo, assume un significato quasi sacrale.
Vestito, con cilindro nero, mantiglia, una camicia con sbuffi e pizzi, il gilet, una larga cintura di pelle e una maschera che incornicia il viso con l’ausilio di una fasciatura di seta, sale a cavallo e non dovrà toccare terra sino alla fine della giornata e sino a quando non avverrà la vestizione.
Espressione della purezza con la sua maschera quasi angelica.
Al termine della vestizione, su Componidori oltrepasserà la soglia. L’inizio del rullo dei tamburi e lo squillo delle trombe annunciano l’imminente inizio della gara. Alla corsa partecipano 120 cavalieri selezionati fin dal 1980, dall’associazione sportiva dilettantistica “Cavalieri Sa Sartiglia”.
Dopo la vestizione de su Componidori, il corteo dei cavalieri elegantemente rivestiti degli antichi costumi della tradizione spagnola e sarda, guidati dal capo corsa, dai trombettieri, dai tamburini e dal Gremio dei Contadini la domenica e dai Falegnami il martedì, si avvia verso la via che porta alla Cattedrale di Santa Maria Assunta. Questo è il momento più avvincente della manifestazione.
L’abbraccio della città e la calorosa partecipazione dei turisti arrivati da tutte le parti del mondo, è enorme. Fra tutti, colpisce su Componidori, il principe del torneo che per un giorno, è al centro dell’attenzione di tutto il popolo presente, con la sua imponenza ed eleganza.
Su Componidori è eletto dal Consiglio direttivo del Gremio nel giorno della purificazione della Madonna.
Nel percorso, vanno avanti gli “Obrieri” del Gremio e i cavalieri che, a due passi dal Duomo, si cimentano in una scatenata corsa, verso la stella. Spetta al Componitore, capo assoluto della corsa, scegliere i cavalieri ai quali sarà concesso cimentarsi nella corsa alla conquista dell’emblema e consegnare loro la spada.
Un insieme di suoni, luci e colori, n’esalta il successo. C’è sempre una simbiosi perfetta fra il cavallo e il cavaliere a conclusione della gara: ritto in sella, con la spada in pugno, il cavaliere saluta la folla dopo aver centrato la stella.
Alla fine della gara, il Componidori, scortato da due aiutanti, benedice la folla con un mazzo di viole “sa pipia de maju”, segno dell’imminente primavera, che si spera porti tanta prosperità al popolo. Quella è l’ultima corsa che si svolge di fronte al Duomo, prima della “Pariglia”: il Componitori corre supino in sella al suo cavallo, mentre la folla, partecipe, applaude.
Solo in quel momento la Sartiglia può dirsi conclusa e la manifestazione in quell’anno può essere irrevocabilmente tramandata alla storia e alla memoria della città di Oristano e alla Sardegna tutta.

IL GIOCO EQUESTRE: UNA STORIA CHE VIENE DA LONTANO.

Ogni volta che si legge la storia della Sartiglia, uno rimane affascinato, come se fosse sempre la prima volta. La storia di questo gioco equestre è parallela a quella della città d’Oristano: una ricostruzione del passato, introdotta e sostenuta dagli oristanesi, che corrisponde al succedersi, nel corso dei secoli, alle varie dominazioni della Sardegna.
Sartiglia, Sartilla o Sartillia, deriva dallo spagnolo “Sortija”, in altre parole, vuol significare “Anello”. Questo gioco equestre che si svolge due volte l’anno (l’ultima domenica e l’ultimo giorno di carnevale), arriva da molto lontano.
Secondo gli storici furono i Crociati a introdurre le gare cavalleresche in Occidente fra il 1118 e il 1200, dopo averla appresa in Oriente, nel periodo che va, dalla prima alla terza Crociata.
La Sartiglia, si pensa sia arrivata assieme alla “Quintana” di Foligno e alla corsa del saraceno della città d’Arezzo.
Per quanto ci riguarda, è certo che questa gara equestre è arrivata in Sardegna attraverso la Spagna, dove, prima degli spagnoli, la praticano i Mori.
Nelle regole riportate dagli antichi storici di Milizia, si scopre che il gioco dell’anello si basava nel sospendere, alla fine del percorso stabilito (ad altezza d’uomo e cavallo), un anello che il cavaliere in corsa doveva infilzare con la lancia o la spada.
Per gli spagnoli, questa corsa a cavallo diventava la Sartiglia, e fu praticata alla Corte del Giudicato d’Arborea. Non si esclude che si svolgesse anche prima dell’arrivo degli Aragonesi.
Si narra, visti i legami di parentela esistenti fra Arborea e la Corte d’Aragona, che i Giudici Cavalieri si trasferirono per un certo periodo di “educazione alla vita di corte e alle armi”, presso gli Aragona.In Italia, i primi a praticare questo tipo di gara equestre, furono i pisani, anche grazie
a Ugo Visconti, rientrato da una spedizione in Terrasanta.Secondo le “Cronache Pisane” del Concioni, già nel medioevo, nella città di Pisa, si correva la Sartiglia, ritenuta d’origine sarda. Se poi, andiamo a esaminare attentamente ogni dettaglio della Sartiglia, ritroviamo motivi tipici della giostra e del torneo, che avvalorerebbe successive contaminazioni con i giochi militari germanico – latino. Nel Regno di Napoli e Sicilia, fu Carlo I D’Angiò, dopo il 1266 (in pratica dopo la conquista dei due regni), a introdurre il “gioco delle lance” e la corsa equestre.
Più tardi, questi giochi si diffusero in tutta la Penisola. Mariano II d’Arborea, durante la sua permanenza da Carlo D’Angiò (1300 – 1302) a Firenze, svolse la sua educazione di vita, non trascurando ogni forma di divertimento con la nobile gioventù fiorentina.
In Toscana Mariano II, andò a nozze con la giovane figlia di Andreotti Saraceno e la condusse a Oristano, dove – secondo gli studiosi del passato – per festeggiare quest’importante avvenimento, offrì al popolo sardo (secondo l’usanza) spettacoli, balli, divertimenti vari e giochi equestri.
Con le nozze d’Eleonora d’Arborea e Brancaleone Doria, e di Beatrice con il conte Barbona, si ripeterono quei festeggiamenti.
Nello stesso periodo in cui la Sartiglia, dalla Sardegna, approdava a Pisa, dalla città toscana fu introdotto nell’isola, il Palio “sa corsa de su pannu”.
Secondo alcuni studiosi, la più antica testimonianza della giostra all’anello, risalirebbe al 1371 e si svolgeva a Narni, in provincia di Trani, dove tuttora si corre in occasione della festa di san Giovenale.
In tempi più recenti, specie nel Campidano, il Palio ha assunto una grande popolarità. Lo storico Cetti, nella sua “Storia naturale della Sardegna (Sassari, 1777), scrive: ” da tempo immemorabile si corre per i drappi in tutto il Regno di Sardegna, con un’universalità che non vi è altrove, poiché non v’è casale fosse ancora di soli 50 fuochi, ove non si corra almeno una volta all’anno”.
L’Ardia di Sedilo, nota come la festa in onore di San Costantino, secondo gli storici, potrebbe essere una derivazione di questo gioco equestre importato.
Perciò, si potrebbe affermare che l’introduzione della Sartiglia di Oristano, potrebbe essere datata al XIII secolo. In pratica, prima dell’invasione aragonese, e non come vuole la tradizione popolare, intorno al XVI secolo.